Approfondimenti

Fiducia e Innovazione nell’ecosistema digitale

                            Intervento del Prof. Antonio Nicita, Commissario Agcom,                                al Workshop Innovafiducia del 20 Novembre 2014 a Montecitorio

Il progetto InnovaFiducia avviato nel 2014 ha il merito di aver posto nell’attuale dibattito italiano, con una serie di iniziative, il tema della fiducia come elemento propulsivo per l’avvio di processi innovativi nell’ecosistema digitale.

Nell’evoluzione del pensiero economico, i concetti di fiducia e di innovazione sono da sempre descritti come gli elementi fondanti di un sistema economico. Persino Adam Smith, il teorico della ‘mano invisibile’, padre della tradizione liberale scozzese e punto di riferimento dei propugnatori del libero mercato, scriveva, nella Teoria dei sentimenti morali, che lo scambio economico è possibile solo se c’è fiducia perché “a handshake is a handshake”.

In particolare, l’elemento a partire dal quale si è evoluta la teoria economica anche delle istituzioni – e cioè di tutto quell’insieme di regole formali e informali che permettono gli scambi economici –  è la necessità di superare la rappresentazione ideal-tipica della concorrenza perfetta, di mercati ‘completi’, perfettamente funzionanti, nei quali ciascuno di noi ha perfetta informazione. Quel modello ideale non ha bisogno di fiducia perché la conoscenza perfetta non richiede delega, organizzazione, governo dell’incertezza.

Nella realtà e nella varietà dei capitalismi, sappiamo bene che i mercati sono tutt’altro che perfetti, perché la concorrenza è spesso minacciata da forme di dominanza e di cartelli, perché l’innovazione può introdurre cambiamenti drastici, perché i consumatori e gli imprenditori detengono soltanto una razionalità limitata e condividono paradigmi di comportamento non sempre allineati al paradigma dell’homo economicus.

Se l’informazione è incompleta, ciascuno di noi entra in rapporti di scambio con la propria dotazione di belief, di cultura, di valori e con un proprio punto di vista che dipende dal proprio orizzonte di conoscenze, di osservazione. Da qui nasce la ‘necessità’ della fiducia come bene economico – un tema già indagato qualche decennio fa da Diego Gambetta e da Partha Dasgupta. In un mondo di informazioni incomplete è necessaria una forma di delega, con l’assunzione del relativo rischio. Quindi la ‘questione della fiducia’ si pone tutte le volte che abbiamo un problema di delega, cioè quando non riusciamo da soli ad avere piena consapevolezza e piena informazione di tutte le relazioni che avvengono nella società. Il tema fondamentale diventa allora quale dev’essere il tipo di delega più appropriato.

C’è, innanzitutto, la “delega di mercato”, nella quale l’elemento fondamentale è il concetto di reputazione (strettamente connesso al concetto di fiducia). Esso fa riferimento alla circostanza che in un contesto di mercato la ‘sanzione’ sociale per la fiducia tradita è rappresentata dalla reputazione negativa (word of mouth) che attiva la disciplina di mercato. Si tratta, cioè, di una sanzione che i singoli consumatori-produttori generano in una relazione di mercato non ripetendo più uno stesso scambio e comunicando a coloro che sono collegati con una rete di prossimità la propria esperienza.

C’è inoltre la ‘delega gerarchica’, associata a relazioni di tipo verticale e organizzativo, alternativi al mercato. In queste circostanze il singolo soggetto delega un altro soggetto (che ha maggiori informazioni) a compiere una transazione per suo conto. La fiducia di mercato è allora mediata e si rivolge appunto all’intermediario. Vengono cosi ridotti i costi di transazione che il mercato genera in presenza di asimmetrie informative. Le istituzioni nascono, dal punto di vista della teoria economica, in un modo più o meno strutturato o formale in funzione proprio dei costi delle transazioni sul mercato. Quindi anche la nascita dello stato, delle collettività, delle regole formali o informali è stato spesso spiegato da alcune teorie economiche proprio come soluzione ad un problema di delega e di fiducia.

Le cose si complicano, tuttavia, perché, proprio in ragione dell’eterogeneità degli individui, le due forme di delega spesso convivono e si sovrappongono. Come dice Ronald Coase, Mercato e Gerarchia co-evolvono e cambiano assieme. Ed è proprio nella cornice del cambiamento che si pone la questione, affrontata dall’Associazione InnovaFiducia, della relazione tra fiducia e innovazione nell’ecosistema digitale.

Se, infatti, vivessimo in una società statica (senza cambiamento e senza futuro) non avremmo il problema di discutere questi temi perché le istituzioni – che nascono per restare lì, per avere una loro stabilità – non riceverebbero spinta alcuna per il cambiamento. In un mondo ‘completo’ nel quale già conoscessimo tutto e tutte le possibile evoluzioni future, la questione del cambiamento non si porrebbe perché ci muoveremmo automaticamente nella frontiera dei migliori mondi possibili, senza costi di transazione, come scrisse alcuni anni fa l’economista Cheung.

La rivoluzione digitale ha di precipuo il fatto di aver generato un mondo che sembra somigliare sempre di più ai mercati perfetti che hanno immaginato gli economisti all’inizio del ‘900, cioè un mondo nel quale è possibile accedere senza costi all’informazione rilevante. Un’informazione sempre più accessibile permette di ridurre i costi di search per trovare l’informazione di cui si ha bisogno. Sembra quindi che l’ecosistema digitale abbia realizzato un mondo che non ha bisogno di delega, che non ha bisogno di fiducia proprio perché è più facile realizzare scambi, trovare informazioni.

A ben vedere, ciò è vero solo in parte. L’ecosistema digitale, infatti, per altro verso, è un mondo che ha fin troppe informazioni, fin troppi elementi di scambio, di disturbo. Siamo passati da un mondo in cui l’assenza di informazione completa genera la necessità di delega a un mondo in cui l’eccesso di informazioni non calibrate genera lo stesso bisogno di delega e di mediazione delle informazioni. Quindi il tema della fiducia si pone oggi per le stesse ragioni, ma in qualche modo opposte, di quelle che hanno generato le istituzioni della delega in un mondo non digitalizzato. Abbiamo troppe informazioni e abbiamo bisogno di mediarle, interpretarle.

A tal fine diventa rilevante la “prossimità” di coloro che sono connessi alla nostra rete, perché la reputazione, l’esperienza condivisa, il ‘passaparola’ costituiscono tutti punti focali che ci aiutano a scegliere. Troppa informazione genera ambiguità e possiamo finire per preferire lo status quo, l’inerzia per l’incapacità di scegliere, per paura di sbagliare. Circostanza che potrebbe finire per deprimere i processi innovativi. Di qui il paradosso che il mondo digitale, caratterizzato da innovazione pervasiva, possa veder diminuire gli impulsi innovativi in assenza di fiducia, di nuove forme di delega, a causa della riduzione dei costi transattivi nell’accesso alle informazioni.

Uno dei punti di grande riflessione per la fiducia è il rapporto tra società digitale ed esperienze di prossimità sociale nei social networks.

Da una parte abbiamo la creazione di network sociali di prossimità immateriale, quindi di apertura alla conoscenza, al confronto, all’interscambio, ai rapporti di fiducia; dall’altra parte, si manifestano sempre più spesso forme – rilevate empiricamente – di autosegregazione digitale. Cerchiamo in Rete ciò che ci somiglia, ciò che conosciamo già, ciò che sappiamo di condividere. Un fenomeno che è il contrario della fiducia, perché genera affidamento verso le cose che ci sono familiari e non verso ciò che non abbiamo ancora esplorato. Il web cosi da luogo della ricerca può diventare luogo di immobilità. Chi trova, smette di cercare.

Nelle scienze sociali, questo tipo di attitudine verso ciò che non si conosce prende il nome di ‘verificazionismo’. Una tesi verificazionista cerca nel mondo, selettivamente, solo le conferme agli apriori e trascura i casi contrari, quelli che falsificherebbero la tesi. Trasposta all’ecosistema digitale, questa attitudine comporta che si ‘cerchi’ in Rete solo ciò che conferma i nostri apriori, perché la complessità è tale da impedirci altre forme di delega.

Se davvero è così, allora si pone un serio problema non solo sulla relazione tra fiducia e innovazione, ma sull’autentico progredire della diversità e del pluralismo sulla rete: la fiducia è uno strumento ‘verificazionista’ di conferma di piccoli gruppi che si autoalimentano o è uno strumento ‘falsificazionista’ di scoperta (“search”) di ciò che non si conosce (ancora)? E la personalizzazione generata dalla profilazione ci consegnerà le rappresentazioni del mondo che vogliamo o quelle che (ancora) non conosciamo?

Il tema non è banale perché le attitudini sulla Rete finiscono per selezionare solo alcuni scenari di innovazione tra quelli possibili. Proprio come avviene in biologia, gli ecosistemi digitali evolvono in funzione delle diverse condizioni iniziali che li alimentano. Le evoluzioni delle reti di connessione nei social network costituiscono, da questo punto di vista, uno straordinario oggetto di studio e di ricerca, per comprendere come potrà evolversi l’ecosistema digitale e, del caso, quali strumenti di (auto)regolazione immaginare per correggere la rotta.

Vale qui citare uno studio svolto da Fabio Sabatini e Francesco Sarracino, che lavorano rispettivamente per l’Università La Sapienza di Roma e l’Institut National de la Statistique et des Études Économiques du Grand-Duché du Luxembourg. Nella loro ricerca empirica, dal titolo “Online networks and subjective well-being”, i due ricercatori hanno rilevato che nelle discussioni online con sconosciuti, le persone indulgono con maggior facilità in comportamenti aggressivi e irrispettosi e che l’uso di social network riduce, anziché alimentare, rapporti di fiducia.

Si tratta di uno studio empirico ben condotto e motivato. Ce ne è abbastanza per porsi, almeno, delle domande.