Progetto Umano

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Un progetto umano per il XXI secolo

floridi e benti

Siamo in un momento straordinario di profonde trasformazioni. Una vera e propria metamorfosi che ci fa vivere in un periodo di incertezza e complessità, alla ricerca di nuovi modelli di conoscenza. Tutto ciò che era abituale e “vero”, non lo è più. Ci sono opportunità che non riusciamo ancora a vedere, è arrivato il momento di pensarle.  Senza dimenticare il nostro essere umani, le nostre fragilità, ma anche la spinta alla scoperta, alla solidarietà. La capacità di saper convivere civilmente con l’altro.

È possibile rimpiazzare la paura e l’interesse egoistico con la speranza e l’altruismo?

Introduce
Giovanna Melandri Presidente Fondazione MAXXI

Intervengono
Luciano Floridi Professore ordinario di filosofia ed etica dell’informazione, Università di Oxford
Marco Bentivogli Segretario Generale FIM CISL

Modera
Felicia Pelagalli Founder CULTURE srl e Presidente Associazione InnovaFiducia

L’evento, organizzato dalla Fondazione MAXXI in collaborazione con l’Associazione InnovaFiducia e CULTURE srl, si inserisce nell’ambito degli incontri tenuti in occasione della mostra LOW FORM “L’Arte nell’era dell’intelligenza artificiale”, in scena al MAXXI dal 20 ottobre 2018 al 24 febbraio 2019.

Per prenotare la partecipazione all’evento: https://www.eventbrite.it/e/biglietti-human-digital-transformation-51709190581

 

 

Intervista Paolo Ghezzi (Direttore generale Infocamere)

Paolo Ghezzi: «L’Italia è il paese dello status quo che frena i giovani»

Dialogo con Paolo Ghezzi, direttore generale di InfoCamere sulle opportunità per i giovani nel nostro Paese e la mancanza di fiducia nel futuro che li affligge

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La geografia è un destino cantava negli anni Cinquanta Lindo Ferretti. E l’essere giovani in Italia è al contempo una trappola e un potenziale riconosce Paolo Ghezzi, Direttore generale di InfoCamere, la softwarehouse delle Camere di Commercio italiane. “Sembrerà un paradosso ma la principale risorsa per i nostri giovani è al tempo stesso anche il loro ostacolo più grande: è l’Italia. Il luogo in cui sono nati e cresciuti è una dote unica al mondo per cultura, arte, abilità, tradizioni, diversità, territori, idee. L’Italia, però, è anche la quint’essenza dello status quo, uno dei paesi in cui la difesa dell’esistente (fatto di grandi e piccoli privilegi e di tante rendite di posizione) frena il cambiamento e riduce al minimo gli spazi per i giovani che vogliono esprimersi e innovare”.

Se pur con meno giovani del resto dell’Europa, l’Italia risulta il primo paese europeo per numero di Neet, con una percentuale quasi doppia rispetto al resto dell’Europa (24% contro 13%). Come spiega questa peculiarità? E’ colpa del Paese o delle attese dei giovani “in panchina”?
Questi dati riflettono la mancanza di fiducia nel futuro che affligge la società italiana. Un gap che pesa sugli anziani, sempre più marginalizzati anche a causa della poca padronanza delle tecnologie digitali, ma che sui giovani pesa ancora di più, perché con la globalizzazione ormai si gioca a carte scoperte. Ogni giorno i nostri ragazzi si confrontano con società più dinamiche, in cui idee e merito contano sul serio. Davanti a questi scenari c’è chi sceglie di giocarsi la partita “in trasferta” – i famosi cervelli in fuga – e chi non va nemmeno in panchina, ma si accomoda sugli spalti. Colpevolizzarli però non porta a nulla. La sfida per chi oggi deve governare questi processi è difficile perché le aspettative dei giovani sono necessariamente più elevate che in passato. Basti pensare all’elemento digitale. I nostri millenial – come bene sottolinea Luciano Floridi – sono “by default” portatori di aspettative digitali che una società moderna deve necessariamente soddisfare.

Qual è la ricetta per intercettare e recuperare la fiducia di questi giovani?
Non credo che ci sia una ricetta salvifica. Un modo per ridare fiducia alle persone, e ai giovani in particolare, è quello di riconoscere il valore sociale dell’impresa, perché è dall’impresa che nascono lavoro e opportunità. Come? Ad esempio realizzando la trasformazione digitale della pubblica amministrazione. Per mettere veramente la macchina dello stato al servizio di chi crea benessere e occupazione. Ridare credibilità alla macchina pubblica attraverso servizi utili, diffusi e accessibili per dare risposte tangibili alle loro aspettative di un presente diverso e possibile di cui possono far parte e, anzi, diventare protagonisti.

Uno Stato che non riesce a garantire il lavoro (che non c’è) ma si preoccupa di assicurare il reddito (di cittadinanza) è un Paese che progetta il futuro?
L’aspirazione a un equilibrio sociale più giusto è legittima, a patto di non compromettere le condizioni per la sua stessa tenuta. Come sostiene Amartya Sen, la migliore garanzia contro la povertà è la libertà. Libertà dal bisogno, certamente, ma anche e soprattutto libertà di fare scelte consapevoli, di essere agente del proprio destino. Guardando all’Italia, sono convinto che vada ritrovata una visione condivisa di futuro e che serva lavorare per tradurla in pratica quotidiana diffusa. Bisogna resuscitare quell’idea di homo faber che l’umanesimo rinascimentale aveva messo al centro dell’universo e a cui, in fondo, si deve lo sviluppo della cultura occidentale come noi oggi la conosciamo.

Articolo pubblicato il 17 Ottobre 2018 da ©Linkiesta

– Tutti i diritti riservati –

I Vincitori

Una giornata per co-progettare TIPO, la piattaforma di community e collegamento con il mondo del lavoro, dedicata ai giovani dai 18 ai 29 anni. Ecco i primi tre team classificati:

Ecco i vincitori di #TIPOHack


 

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1° Classificato

“Tipo NEET work: una piattaforma tipo TINDER”

 

 

 


 

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2° Classificato

“Ideazione della piattaforma digitale TIPO (Trova – Impara – Proponi – Organizza). TIPO incontra il tuo futuro ”

 

 


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3° Classificato

“Introduzione del concetto di #SmartRecruiting sfruttando l’Intelligenza Artificiale”

 

Intervista Marco Bentivogli (Presidente Giuria)

Marco Bentivogli: «I giovani devono mobilitarsi, contro chi li candida all’eterna panchina»

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Il segretario della Fim rilancia la questione generazionale: «Il governo vuole ridurre l’alternanza scuola-lavoro? Spero sia uno scherzo. Destra e sinistra? Coi giovani hanno sbagliato tutti»

di Patrizia Feletig e Felicia Pelagalli

L’Italia non è un paese per giovani, come recita il titolo del film di Giovanni Veronesi? Così sembra per Marco Bentivogli segretario generale della Federazione Italiana Metalmeccanici della Cisl che ribadisce come tutto nel nostro paese sembra remare contro i giovani: formazione, lavoro, previdenza, politiche per la casa e per i figli, sistema bancario. Certo, aggiunge, non fa di meglio per gli anziani a meno che non siano in buon salute e benestanti: «La discussione pubblica si accalora intono alla retorica dei diritti – spiega Bentivogli a Linkiesta -, ma se i diritti non sono per tutti diventano privilegi. Siamo il fanalino di coda in Europa negli investimenti in formazione, appena il 4% del Pil, più di mezzo punto sotto la media europea al 4.9%. Investiamo poco e male in formazione e pochissimo in ricerca, appena 8.6 miliardi e ciò nonostante abbiamo oltre 151 mila giovani “precari di successo”, ricercatori, studiosi intrappolati in un sistema universitario imbolsito e baronale. Ogni anno oltre 13 mila tra loro mollano per andare in paesi dove si riconoscono meritocrazia e stipendi migliori. Vanno incoraggiate le esperienze all’estero, ma dal nostro paese è vera e propria fuga. Significa perdere le menti migliori e con esse opportunità. Altrettanto critico il rapporto tra la scuola e il mondo del lavoro. Il provvedimento che ha introdotto l’alternanza scuola-lavoro è senz’altro uno dei più illuminati degli ultimi anni, ma al solito il polverone di polemiche stucchevoli ne ha oscurato il reale obiettivo: introdurre gradualmente i giovani nelle imprese creando un’osmosi tra mondi, almeno finora, incomunicabili tra loro. Abbiamo varato le riforme che hanno reso flessibile il mercato del lavoro, dimenticandoci però di creare ammortizzatori universali che coprissero le nuove forme contrattuali col risultato che la crisi ha colpito con maggiore durezza proprio i giovani. Il nuovo Governo dice di voler ridurre le ore in alternanza scuola-lavoro, mi auguro sia uno scherzo. In Germania ci si laurea lavorando, in Italia ogni anno diminuiscono gli studenti-lavoratori».

Se pur con meno giovani del resto dell’Europa, l’Italia risulta il primo paese europeo per numero di Neet, con una percentuale quasi doppia rispetto agli altri paesi (24% contro 13%). Come spiega questa peculiarità? E’ colpa del Paese o delle attese dei giovani “in panchina”?
Abbiamo una disoccupazione giovanile (15-24 anni) tra le più alte d’Europa, almeno 30 punti superiore a quella della Germania. Si concentra soprattutto in quella terra di nessuno tra scuola e lavoro, con una disparità ancora più evidente tra Nord e Sud Italia. Il fenomeno dei NEET si registra anche in molte economie avanzate: in Giappone li chiamano “hikikomori”, ma i numeri sono molto più bassi. Da noi pesano anche problemi di ordine sociale e strutturale, non ultimo una crisi profonda della genitorialità che induce a una quota minoritaria di “neet volontari”. Si aggiungono le elevate percentuali di lavoro nero che sballano i dati italiani su occupazione e redditi. La recente indagine di Federmeccanica dice che il 42% delle imprese non trova lavoratori con i nuovi skills digitali, il 65% dei bambini che oggi sono alle elementari faranno un lavoro di cui oggi non conosciamo neanche il nome, vi sembra che il nostro sistema educativo sia pronto? Il sindacato può svolgere un ruolo importante perché ha un bagaglio di “miti” fondativi – così li chiama un amico della Fim, Johnny Dotti – cui attingere per svolgere un ruolo di educatore informale e gettare così i semi dell’impegno e della voglia di partecipare. Questa è la scintilla che deve scattare nelle nuove generazioni, sentire che il loro mondo è adesso. Come diceva il grande Ezio Tarantelli, la disoccupazione giovanile non è un problema di statistica, è tappare la bocca a un’intera generazione.

Qual è la ricetta per intercettare e recuperare la fiducia di questi giovani ?
Come Fim, insieme al professor Alessandro Rosina dell’Università Cattolica e l’Istituto Toniolo, abbiamo presentato i dati del “Rapporto Giovani 2017”, in cui prevale tra gli under35, l’idea che i partiti non offrano adeguato spazio alle nuove generazioni. Oltre 2 giovani su 3 considerano però la politica utile per migliorare la vita dei cittadini, ma chiedono che sia orientata effettivamente al bene comune. Gran parte degli intervistati pensa che una forma di rappresentanza collettiva a favore dei giovani sia necessaria, ma è diviso sulla sua forma: una metà punta sul rinnovamento di quelle esistenti, l’altra metà auspica qualcosa di nuovo che nasca dal basso. Per 3 su 4 tale rinnovo richiede la capacità di rimettersi in discussione con le nuove generazioni. Proprio dove corre la differenza tra un sindacato strumentale e uno come la Fim che punta a rappresentare una realtà viva e aperta a costo di fare scelte radicali, rifondative e rigenerative.

Uno Stato che non riesce a garantire il lavoro (che non c’è) ma si preoccupa di assicurare il reddito (di cittadinanza) è un Paese che progetta il futuro?
Destra e di sinistra, non fanno differenza nelle analisi fallate, pensano ai giovani come un derivato delle loro condizioni sociali, delle disgrazie attraversate. Ma i giovani non sono una conseguenza del loro passato. Bisogna far sognare le persone, spingerle ad andare verso qualcosa di nuovo. L’invecchiamento demografico del nostro paese sta diventando un ulteriore alibi per la politica per non occuparsi della questione giovani. Bisogna invece fare in modo che le nuove generazioni si riapproprino della loro dimensione di futuro, attraverso un protagonismo immediato, nel presente. Candidarli alla panchina civile e alle liste d’attesa è sintomo di un paese ripiegato su se stesso. È ora di girare pagina con coraggio.

Appuntamento con Marco Bentivogli, il 18 ottobre, per l’ideazione di una piattaforma dedicata ai giovani “in panchina” che tracci un percorso tra softskills, formazione e lavoro. Se hai dai 18 ai 29 anni partecipa al concorso di idee TIPOHack, giovedì 18 ottobre al Tempio di Adriano, Roma, dalle 8.30 alle 20.30 assieme a Associazione InnovaFiducia, FondazioneTIM, InfoCamere e Camera di Commercio di Roma. Marco Bentivogli sarà componente e presidente della Giuria tecnica.

Qui per info e registrazione.

Articolo pubblicato il 2 Ottobre 2018 da ©Linkiesta

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Intervista Alessandro Rosina

Alessandro Rosina: «Ignorati dalla politica e sfruttati dal mercato. I giovani sono stati messi in panchina»

Rosina

Dialogo con Alessandro Rosina, Ordinario di Demografia all’Università Cattolica di Milano e Coordinatore del Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo sulle nuove generazioni e sul loro futuro nel Paese con il più alto numero di inattivi in Europa.

Ignorati dalla politica, sfruttati dal mercato, iperprotetti dai genitori. Ecco il tagliente telegrafico ritratto che Alessandro Rosina, Ordinario di Demografia all’Università Cattolica di Milano e Coordinatore del Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo, traccia della condizione delle nuove generazioni italiane.

“Ignorati dalla politica perché larga parte della classe dirigente italiana non sa cosa siano le nuove generazioni, un po’ per carenza di propri strumenti culturali e un po’ per disinteresse. In questo sistema rigido, poco aperto al mondo che cambia, con meccanismi di ricambio inceppati, il vantaggio va tutto alle componenti della società orientate a difendere le rendite del passato a discapito di chi vuole produrre nuovo benessere futuro. In compenso, esiste nel nostro paese una grande disponibilità di aiuto da parte di madri e padri, culturalmente predisposti a dare di tutto e di più ai propri figli in cambio del piacere di sentirsi parte attiva nella costruzione del futuro che immaginano per essi. Il rischio è però quello di scadere, appunto, nell’iperprotezione e nell’eccesso di protagonismo sul destino dei figli accentuando dipendenza e insicurezza. In generale, le vecchie generazioni non hanno ben chiaro quali siano le sensibilità specifiche e le vere potenzialità delle nuove generazioni, tendono invece a riversare propri schemi e aspettative sui giovani in funzione di una propria idea (superata) di paese.

Questo errore di impostazione è anche alla base della condizione di sfruttamento lavorativo. Anziché creare crescita e sviluppo, miglioramento di prodotti e servizi attraverso il capitale umano e la capacità di innovazione delle nuove generazioni, le aziende sono state incentivate a resistere sul mercato tenendo basso il costo del lavoro e sfruttando il più possibile i nuovi entranti. Si è preferito così prendere il giovane disposto a farsi pagare di meno che quello con potenzialità su cui investire per migliorare produttività e competitività dell’azienda. Questo paese deve ancora dimostrare con i fatti di credere nelle nuove generazioni e di considerare i giovani non il problema di una società in declino, ma la risorsa più preziosa di un paese che vuole crescere al meglio delle sue potenzialità.

 

Se pur con meno giovani del resto dell’Europa, l’Italia risulta il primo paese europeo per numero di Neet, con una percentuale quasi doppia rispetto al resto dell’Europa (24% contro 13%). Come spiega questa peculiarità? E’ colpa del Paese o delle attese dei giovani “in panchina”?

L’Italia sta rischiando di compromettere seriamente il proprio futuro. Ad evidenziarlo sono, in particolare, due indicatori che hanno raggiunto negli ultimi anni valori negativi record. Il primo è il numero delle nascite (sceso al valore più basso dall’Unità d’Italia ad oggi), il secondo è, appunto, il numero dei Neet (che risulta essere, in termini assoluti, il più elevato in Europa). La combinazione di tali due indicatori fornisce evidenza dell’entrata in una spirale di degiovanimento quantitativo e qualitativo che avvita verso il basso le condizioni delle nuove generazioni e indebolisce il loro ruolo nei processi di sviluppo del paese. La narrazione dei giovani incapaci e indolenti in un paese destinato a un futuro di marginalità, non deve però diventare una profezia che si autorealizza. Le nuove generazioni devono incaricarsi di dimostrare di essere diverse da come vengono dipinte da chi le ha ingabbiate nelle condizioni attuali e che un destino diverso è possibile. Il successo di questo dipende soprattutto dai giovani stessi – dal loro impegno a capire la realtà che cambia e agire come protagonisti in essa – ma può essere notevolmente favorito dalle generazioni più mature, se passeranno dal far pesare il loro giudizio ipercritico sulle nuove generazioni a riconoscere il valore aggiunto di cui i giovani sono portatori e aiutarlo ad emergere al meglio delle sue possibilità. L’investimento sulle nuove generazioni richiede generosità e intelligenza, perché ha bisogno di risorse economiche e intellettuali, oltre che di riconoscimento che ciò che migliora la capacità di essere e fare dei giovani aumenta in prospettiva il benessere di tutti.

Qual è la ricetta per recuperare la fiducia di questi giovani ?

Vanno prima di tutto riconosciuti, non per quello che manca e che il passato non può più assicurare, ma attraverso quello che essi possono essere e dare nel contribuire concretamente a costruire un futuro migliore, facendolo diventare un luogo nel quale portare con successo proprie sensibilità, passioni e valori. Per quanto possa apparire (e in effetti sia) problematico il presente, è però anche vero che il futuro non è qualcosa che può essere rubato. E’ un luogo che nessuno ancora conosce e in cui nessuno è stato. Più che indurre i giovani a chiedersi quale futuro li aspetta, dovremmo incoraggiarli a chiedersi cosa si aspettano dal proprio futuro e sostenerli nel realizzarlo con successo a partire dalle scelte individuali e collettive di oggi.

Uno Stato che non riesce a garantire il lavoro (che non c’è) ma si preoccupa di assicurare il reddito (di cittadinanza), è un Paese che progetta il futuro?

Quello che ai giovani italiani manca è la possibilità di passare dal sostegno passivo da parte dei genitori a un investimento pubblico in strumenti di attivazione e abilitazione che consenta loro di diventare parte attiva e qualificata nei processi di sviluppo del paese. È la trasformazione dei giovani da condizione passiva ad attiva a fare la differenza, non tanto il passaggio dal carico sui genitori all’assistenza da parte dello Stato. Il reddito di cittadinanza può aiutare a difendersi dalle difficoltà attuali ma non è in grado, da solo, di dar maggior solidità alla progettazione del futuro. Prima ancora che politiche specifiche sulla condizione dei giovani, serve un approccio diverso sul ruolo da dare alle nuove generazioni. Detto in altro modo, abbiamo bisogno di far fare al Paese un salto culturale che riscatti i giovani dalla figura di figli da proteggere dai rischi del presente a quella di nuove generazioni come forza sociale trainante verso le opportunità di un nuovo futuro.

Se hai dai 18 ai 29 anni partecipa al concorso di idee TIPOHack, giovedì 18 ottobre al Tempio di Adriano, Roma, dalle 8.30 alle 20.30 assieme a Associazione InnovaFiducia, FondazioneTIM, InfoCamere e Camera di Commercio di Roma.

Qui per info e registrazione.

 

Articolo pubblicato il 6 Ottobre 2018 da ©Linkiesta

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Intervista Frieda Brioschi

Frieda Brioschi: «Giovani, il lavoro ormai è meglio inventarselo»

Dialogo con Frieda Brioschi, tra i fondatori di Wikimedia Italia di cui è stata il primo presidente

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Invece di puntare al posto fisso e l’impiego a tempo indeterminato meglio inventarsi un lavoro, ritiene Frieda Brioschi, confortata anche dalla sua personale storia professionale di cofondatrice di Wikimedia Italia. “Le prospettive lavorative tradizionali per i giovani in Italia sono scarse e prevedono una lunga trafila di stage prima dell’assunzione. È lo specchio dello scollamento tra l’istruzione e il mondo del lavoro o forse è solo mal costume delle aziende: uno stagista costa meno di un dipendente e spesso produce come lui.
D’altra parte c’è spazio per chi vuole inventarsi un lavoro ed essere imprenditore di se stesso o creare la propria azienda. L’introduzione delle startup innovative non ha fatto miracoli ma ha aperto delle opportunità e lentamente sta portando dei risultati. L’Europa con i suoi bandi è un’altra opportunità da non dimenticare, anche per i giovani.

Se pur con meno giovani del resto dell’Europa, l’Italia risulta il primo paese europeo per numero di Neet, con una percentuale quasi doppia rispetto al resto dell’Europa (24% contro 13%). Come spiega questa peculiarità? E’ colpa del Paese o delle attese dei giovani “in panchina”?
Se ci fossero colpe nette e distinte sarebbe meglio: sapremmo come fare a risolvere. Invece come tutti i concorsi di colpa è sempre complicato attribuire colpe e responsabilità e quindi uscirne. Siamo un Paese incentrato sulla famiglia, dalla quale siamo già abitualmente poco stimolati a uscire; se poi la situazione fuori è troppo sfidante rimane più semplice restarci. D’altra parte l’Italia non è un paese per giovani: il numero di NEET, il numero di laureati, l’età media della nazione, il calo delle nascite, sono tutti numeri preoccupanti.

Non occuparsi dei NEET, etichettarli come “gli scoraggiati”, non è sicuramente d’aiuto. Ma siamo una nazione che colpevolizza il fallimento in ogni modo possibile, invece di considerarlo uno dei possibili passi della crescita.

Qual è la ricetta per intercettare e recuperare la fiducia di questi giovani ?
Insegnargli a sognare e dargli gli strumenti per realizzare il sogno, mostrandogli anche i casi di successo (che ci sono!) per restituire fiducia. Con un patto chiaro: si può fare, ma occorre sangue e sudore.

Un Stato che non riesce a garantire il lavoro (che non c’è) ma si preoccupa di assicurare il reddito (di cittadinanza) è un Paese che progetta il futuro?
I NEET sono una fascia così poco considerata che probabilmente non saranno nemmeno inclusi nel reddito di cittadinanza (sono a carico dei genitori e se i genitori sono abbienti non gli spetta). In ogni caso no, il reddito di cittadinanza non è uno strumento di progettazione è un palliativo per non risolvere e tenere buoni gli elettori.

Articolo pubblicato il 16 Ottobre 2018 da ©Linkiesta

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